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Congresso

Sabato 23 febbraio a Orio al Serio congresso provinciale di AUSER
Sabato 23 febbraio 2013 a Orio al Serio si è tenuto il congresso provinciale di AUSER. Subito dopo i direttivi provinciali hanno rieletto Angelo Locatelli presidente di AUSER Volontariato e di AUSER Territoriale.


Relazione del Presidente, Claudio Cremaschi al congresso provinciale
7 novembre 2008
Auditorium Comunale di Orio al Serio
Congresso Provinciale Auser Bergamo

Relazione introduttiva
UNA RISORSA PER LA COESIONE SOCIALE
Claudio Cremaschi
Presidente provinciale


Il sogno


L’elezione di Barak Obama a 44° presidente degli Stati Uniti è un grande segnale di speranza per tutto il mondo. E’ l’incarnazione di un sogno, evocato 45 anni fa dal discorso di Martin Luther King. E’ – speriamo che sia – un forte contributo al superamento di ogni forma di razzismo che viene da un paese che sul tema della razza ha sofferto una sanguinosa guerra civile.

Il solo fatto dell’elezione di un uomo di colore alla presidenza della potenza egemone del mondo occidentale, assume un grande valore simbolico che da solo può modificare la percezione dell’occidente (ricco, bianco, e potente) da parte di alcuni miliardi di persone.

Le idee e le proposte di Obama sembrano indicare una possibile svolta nei rapporti tra il mondo occidentale e il resto del mondo. La fine di un periodo segnato dall’ unilateralismo da parte della più grande potenza mondiale, dall’arroganza nei confronti di due terzi dell’umanità, dalla politica della forza e dal rifiuto della collaborazione e del dialogo, potrebbe finire.


Dagli USA, che in questi ci hanno condotto sui sentieri della guerra, e sull’orlo del baratro economico, arriva ora un forte messaggio di fiducia e speranza-


E ce n’era bisogno.

Viviamo infatti un tempo di grande incertezza. Le parole più usate in queste settimane, negli ultimi mesi per descrivere la situazione economica e sociale sono: “insicurezza, preoccupazione, disagio, timore… paura…”

Il nostro documento congressuale inizia così: “ la società italiana è segnata da un disagio diffuso, che si esprime in termini di reazione emotiva a processi consistenti di cambiamento…” ;


Quando fu scritto il documento, ancora non era scoppiata la crisi finanziaria, seguita dal crollo delle borse; ancora non si ventilava lo spettro della recessione. Oggi la crisi economica è evidente, si evocano i fantasmi del 29. Ma per le famiglie e i ceti più deboli le difficoltà erano sentite da tempo: solo chi non vive la vita normale della gente normale poteva non accorgersene.


La crisi fa paura: è la paura – giustificata – di chi vede in pericolo i risparmi di una vita, dei giovani che non si aspettano sicurezze di lavoro e di protezione sociale, dei genitori che non possono assicurare ai figli un futuro migliore del proprio; è la paura di chi non riesce ad arrivare alla fine del mese con il reddito del proprio lavoro, e di chi teme di non trovare o di perdere il lavoro che ha.

E’ la paura che la recessione non sia, come molti economisti si premurano di rassicurare, una fase ciclica, destinata a durare qualche mese, per poi riprendere con le magnifiche sorti e progressive: ma sia un segnale di una crisi più profonda, che può mettere in discussione lo stesso modello di sviluppo dell’occidente capitalistico.


Abbiamo conosciuto, dopo la seconda guerra mondiale, una lunga fase di relativa pace, progresso economico, sviluppo. Ci siamo abituati a credere nella infinita disponibilità di risorse, acqua, cibo, energia; abbiamo conosciuto un ordine mondiale che, nei suoi difetti, pareva l’unico o il migliore possibile. Eppure, bastava leggere già una decina d’anni fa Il lungo ventesimo secolo di Giovanni Arrighi o il più recente saggio di di Prem Shankar Jha - uno dei massimi economisti indiani – eloquente già nel titolo -Il caos prossimo venturo- per rendersi conto che, con la globalizzazione, siamo entrati in una nuova fase dell’evoluzione ciclica del capitalismo. Il passaggio precedente tra la fase dell’egemonia mondiale dell’Inghilterra e quella degli USA è passato attraverso due guerre mondiali e gravi crisi economiche e politiche. Oggi si presentano inquietanti analogie, l’emergere prepotente di nuove potenze economiche, in oriente e nel mondo arabo; la Cina, che si sviluppa a ritmi impressionanti, dotata di un immenso capitale umano e di uno sterminato mercato ansioso di consumare e di accumulare ricchezza; che sta comprando con le sue banche i debiti del mondo occidentale e in particolare degli Stati Uniti. Il controllo dell’energia più usata, il petrolio, è nelle mani di paesi che non danno garanzie di assetto democratico.

E in tutta la storia dell’umanità, è per il controllo delle risorse che si sono scatenati disordini conflitti, guerre mondiali.


I fenomeni demografici

Ma non c’è solo la crisi economica. Molti altri sono i motivi di preoccupazione. Pensiamo al terrorismo, alle catastrofi ambientali, al cambiamento dei processi produttivi. Ma anche solo alla difficoltà, soprattutto per le generazioni più anziane, di adattarsi a un mondo che cambia rapidamente nelle forme e nei modi della comunicazione, della produzione, nelle abitudini dei consumi e dei costumi, dei contesti abitativi e sociali, degli assetti sociali e familiari.

Pensiamo in particolare a due importanti fenomeni demografici, che stanno cambiando a fondo la composizione della società in cui viviamo: l’immigrazione e l’invecchiamento.


L’immigrazione

L’aumento imponente e incontrollato dell’immigrazione sta progressivamente trasformando la nostra società, a partire dalle grandi città, in una società multietnica e multirazziale. Non è una novità assoluta, anche se l’Italia non l’ha mai conosciuta in queste dimensioni. Ma basta girare un po’ il mondo, le grandi città europee, per rendersi conto di un fenomeno altrove consolidato e probabilmente irreversibile, che deve essere governato, ma non può essere fermato.

Mentre negli USA un uomo di pelle nera diventa presidente, in Italia milioni di cittadini di origine straniera, che lavorano, producono, consumano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, non hanno rappresentanti in parlamento, non possono partecipare alle elezioni neppure dei consigli comunali.

La carenza di idonee politiche che facilitano l’integrazione favorisce l’insorgere di sacche di emarginazione e di povertà, da cui possono nascere e prosperare comportamenti asociali e criminali, che sarebbe miope e stupido negare o sottovalutare.


Così cresce la domanda di sicurezza, comunque a prescindere, indipendente dal dato reale di pericolosità: aumenta la richiesta di interventi visibili e immediati. E proliferano episodi di razzismo, come quelli di cui abbiamo letto e sentito negli ultimi tempi.


Eppure l’Italia non è un paese razzista. Siamo un popoli di emigranti. Bergamo è una terra di emigranti. E una terra di accoglienza: pensiamo a quante persone con origini on altre regioni, specie meridionali, vivono nella terra di bergamasca.

Sappiamo tutti che gli stranieri sono una risorsa indispensabile, nelle nostre fabbriche e nelle nostre case: fanno i mestieri che nessuno di noi vuol più fare. Affidiamo ai cittadini stranieri le cose che abbiamo più care: i bambini, la casa, gli anziani. Senza le badanti la società italiana sarebbe davanti a un problema che non saprebbe come gestire.

Eppure la paura, l’inquietudine, la diffidenza esistono; nella percezione collettiva sembra più forte la paura della criminalità importata rispetto a quella nostrana, stragista, spietata, che controlla praticamente indisturbata intere regioni del nostro territorio nazionale.

Crea più rancore il furto del rom, piuttosto della rapina sistematica effettuata dai nostri italianissimi banchieri e finanzieri d’assalto.


Perché non è tanto la dimensione e la quantità di questi fenomeni che crea preoccupazione e insicurezza; è piuttosto “Il disagio sociale che acuisce la percezione di insicurezza, di paura, di rancore; questo, a sua volta, genera reazioni di chiusura, fenomeni percepibili anche sul piano del comportamenti quotidiani, che assumono le forme dell’individualismo possessivo e di una distorsione delle relazioni comunitarie, più marcatamente orientate al rifiuto dello straniero e del diverso”.


La storia è prodiga di esempi di ricerca di capri espiatori: la caccia alle streghe, agli ebrei, ai sovversivi. Oggi ai neri, ai rom, ai diversi. L’odierna insicurezza urbana è alimentata artificialmente dalla paura del diverso: zingaro, nero, exra-comunitario. L’informazione ci regala ed amplifica solo le notizie di episodi di violenza che riguardano gli altri.


Ma mi sembra una spiegazione insufficiente per un fenomeno diffuso . Io credo ci sia un altro motivo di fondo, che si muove nell’ inconscio collettivo.

Forse gli stranieri che noi vediamo nei nostri paesi, generano inquietudine soprattutto perché rappresentano l’incarnazione di una domanda scomoda che non si può più nascondere: la presenza fisica di tante persone ci pone una domanda inquietante, la domanda che avanzano a nome e per conto di miliardi di esseri umani: avere gli stessi diritti di vivere, di consumare, gli stessi livelli di vita del mondo occidentale. E tutti percepiscono che ciò non è possibile in modo indolore, che occorre rinunciare a qualcosa del nostro modello di sviluppo, perché tutti ne possono godere equamente. E’ una presenza che ci parla di secoli di ingiustizie e saccheggi, di uno sviluppo del mondo occidentale avvenuto a scapito dello scempio di due terzi del mondo. Ci suggeriscono che non è possibile continuare a vivere al di sopra delle proprie possibilità (gli Usa consumano un reddito del 20% superiore a quello che producano), contando soltanto sullo scambio ineguale.

Insomma ci fanno capire che quattro quinti dell’umanità vogliono fruire dello stesso tenore di vita che noi gli stiamo raccontando da tempo attraverso i media globali, e che non si accontenteranno più delle briciole del nostro benessere, o della solidarietà a distanza degli aiuti umanitari, delle collette, delle adozioni a distanza.

Purché a distanza…


In un mondo sempre più povero di risorse consumiamo un terzo in più di quelle che la terra può riprodurre. E non le consumiamo solo per vivere: in Italia gettiamo nella spazzatura ogni anno 25 milioni di tonnellate di cibo.

Abbiamo tutti la percezione, io credo, che il nostro pianeta potrà sostenere senza collassare l’esistenza di sei miliardi di esseri umani solo se si imporrà uno stile di vita più sobrio, senza sprechi delle risorse, con una più equa distribuzione delle ricchezze. Un mondo in cui le 100 persone più ricche possiedono la stessa ricchezza dei due miliardi più poveri (due miliardi!) non è soltanto uno scandalo. E’ un mondo sull’orlo del baratro, della ribellione, del terrorismo, della guerra.



2. L’invecchiamento della nostra società.

E’ un tema che ci riguarda direttamente, sul quale abbiamo cose da dire, siamo delle antenne sociali sensibili. E’ certamente un bene l’allungamento della vita, e il fatto di vivere bene il “terzo tempo” della vita.

E’ un fenomeno di dimensione epocale, al quale non si presta abbastanza attenzione, se non per quanto riguarda i costi (assistenza, previdenza, sanità).

Mentre il fenomeno delle migrazioni è un fatto comune a molte epoche e molti paesi, e si conoscono almeno in parte i problemi connessi, le possibili risposte, l’invecchiamento nella misura in cui lo viviamo si presenta per la prima volta nella storia dell’umanità.

La tradizionale “piramide delle età” si è quasi rovesciata. Gli anziani vivono sempre più a lungo, spesso godendo anche di buona salute e autonomia; i giovani, che già sono diminuiti dopo il boom degli anni 60, fanno sempre meno figli e comunque allontanano l’età della riproduzione. Solo le leve degli immigrati conservano il tradizionale tasso di natalità, e contribuiscono ad allargare la base delle fasce di età inferiori.

Sappiamo che ciò comporta problemi di equilibrio sociale ed economico. L’allungamento dell’età lavorativa, la revisione del welfare e del sistema pensionistico, sono tentativi di risposte al problema dell’equilibrio dei conti prodotto da questo fenomeno.

Ma i costi economici sono solo una parte del problema. Occorre fare i conti con quello che significa il mutamento complessivo della composizione sociale della popolazione. Una società dove un quarto della popolazione supera i 65 anni è molto diversa da quella che si è sviluppata nei secoli scorsi. Il progressivo invecchiamento della popolazione – e di quella urbana in particolare – richiedono una particolare attenzione ai cambiamenti da affrontare anche nella progettazione delle città: non si tratta solo di welfare, di assistenza, ma la questione investe il sistema della mobilità, la politica dell’abitare, la distribuzione delle attività commerciali sul territorio, il ruolo dei centri di aggregazione. Si tratta di studiare e conoscere sempre meglio i bisogni e le aspettative di una popolazione che invecchia, ma anche le opportunità che questo può offrire se si riesce a costruire politiche che favoriscano l’invecchiamento attivo, la cittadinanza partecipata, la nascita di reti di prossimità e solidarietà, che investano non solo i soggetti pubblici e quelli del volontariato e del terzo settore, ma anche le forze economiche e produttive.

E’ per questo che abbiamo invitato a discuterne con noi tre sindaci della nostra provincia; di questo parleremo nella tavola rotonda della fine mattinata: non per rivendicare più servizi o più attenzione per gli anziani, in contrapposizione o in competizione con altre categorie di cittadini. Ma per contribuire a far assumere un punto di vista, anche nella programmazione della vita delle città e dei paesi, che tenga conto degli scenari indotti dai mutamenti demografici.


La crisi del welfare

Abbiamo accennato alle profonde disuguaglianze del mondo in cui viviamo. Ma l’Italia non fa eccezione, anzi: secondo i dati dell’ultimo rapporto OCSE siamo al sesto posto per il gap tra le classi sociali, dopo Messico, Turchia Portogallo, Stati Uniti e Polonia. La disuguaglianza economica è cresciuta del 33% dalla metà degli anni 80 ad oggi, contro la media OCSE del 12%, già di per sé preoccupante. Insomma, mentre i poveri diventavano più poveri, e i ceti medi si indebolivano, i ricchi hanno continuato ad accumulare diventando sempre più ricchi.

Insomma, questo forse non è un paese per vecchi. Di certo è un paese per ricchi, dove il 10% dei più abbienti possiede il 42% della ricchezza totale.

L'Istat ha presentato due giorni fa i dati sulla povertà relativa nel 2007. L'11,1 per cento delle famiglie residenti in Italia sono povere. Si tratta di 2.653.000 nuclei, pari a 7.542.000 persone, il 12,8% dell'intera popolazione. In maggiore difficoltà economica le famiglie con figli, soprattutto se il capofamiglia è una persona con bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali o disoccupata. La povertà è inoltre maggiormente diffusa nel Mezzogiorno: l'incidenza è quattro volte superiore a quella del resto del Paese.

E in questa situazione di difficoltà economica le scelte politiche vanno, ancora una volta a incidere sulle condizioni di vita delle fasce più deboli. Manca un efficace sistema di protezione per chi perde il lavoro, soprattutto in età avanzata; manca un sistema di sicurezza per i giovani precari, non esiste un efficace sistema di sostegno per i non autosufficienti.

Le risorse agli enti locali, i più diretti erogatori di servizi ai cittadini – vengono nettamente tagliate, alla faccia del federalismo fiscale. La demagogica cancellazione dell’ICI, non lo si ripeterà a sufficienza, oltre a privare i comuni di una fonte preziosa di risorse autonome, è stato un ulteriore regalo alle persone più ricche, perché l’ICI sulle abitazioni normali già era stata abolita. Ora si assiste addirittura a una corsa a suddividere in famiglia la residenza anche sulle case di villeggiatura, in modo da non pagare l’ICI neppure sulla seconda casa.

Si propongono ai comuni forme creative di compensazione. O mediante trasferimenti dallo stato, tornando a un metodo centralistico, e recuperando le risorse necessarie dal taglio di altri servizi primari, come la scuola.

O reintroducendo i comuni tra i possibili beneficiari del 5 per mille, il che oltre a riguardarci direttamente, è una beffa e un’ulteriore ingiustizia. Una beffa, perché non si tratta di nuove risorse, ma solo di ridistribuire la piccola “torta” del 5permille mettendo i comuni in diretta concorrenza con le associazioni; un’ingiustizia perché il meccanismo del 5permille, basando il gettito sull’indice di ricchezza della popolazione residente, consentirà ai comuni più ricchi di ottenere finanziamenti dei cittadini, lasciando solo le briciole a quelli dove la popolazione ha il reddito più basso, e presumibilmente più necessità di assistenza. Una nuova Robin Hood tax alla rovescia.


E comunque è in atto una politica che porta alla contrazione dei principi di universalità e uguaglianza dei diritti; e in questa politica al Terzo Settore viene affidato un ruolo di supplenza e sostituzione dell’intervento pubblico, perché rappresenta una forma di erogazione di servizi più economica, una manodopera a basso costo.

Noi non ci sottraiamo al nostro compito e alla nostra vocazione di collaborare ad offrire a i cittadini più deboli e più soli ulteriori opportunità di benessere. Ma ribadiamo con nettezza quello che è scritto nel nostro documento: “Le attività di volontariato non sono una soluzione alternativa all’offerta e alla produzione di servizi pubblici, bensì la soluzione di un altro problema, che le istituzioni pubbliche non potrebbero affrontare nemmeno se volessero. Ossia quello di dare risposte concrete ai bisogni  assumendo la persona nella sua interezza, in un’ottica di integrazione con l’intervento pubblico.”



Il nostro ruolo: l’invecchiamento attivo per la coesione sociale

Insomma, i motivi di preoccupazione ci sono, sono tanti e sono fondati. Non è tra i nostri compiti, né nelle nostre possibilità come associazione, dare risposte a questi problemi di carattere politico e di portata mondiale. Ma se mi sono dilungato sullo scenario internazionale e italiano è perché ritengo importante capire il contesto in cui viviamo, per definire il nostro ruolo, i limiti e le possibilità delle nostre azioni.


Siamo nati come associazione di anziani, che opera principalmente, ma non solo, per e tra gli anziani. Ma possiamo essere (e già siamo) qualcosa di più di un’associazione che organizza spazi culturali e ricreativi, o che fornisce servizi e pratica solidarietà.

Il motto RisorAnziani non può essere inteso come disponibilità di manodopera a basso costo per fornire servizi. E‘ una cosa che facciamo, che facciamo bene, che continueremo a fare. Ma possiamo, vogliamo essere, già siamo qualcosa di più e di diverso: un soggetto capace di costruire relazioni solidali tra le persone, che sa costruire spazi di socialità, di incontro tra diversi. Che sa produrre integrazione, superare le divisioni, le differenze tra uomini e donne, giovani e vecchi, le differenze di etnie, le chiusure localistiche… in questo senso possiamo essere una RISORSA PER LA COESIONE SOCIALE.


Non si tratta di abbandonare la nostra vocazione originale, la nostra natura di associazione di persone anziane. Non potremmo farlo, neppure volendolo. Ma dobbiamo pensare a come valorizzare e potenziare il ruolo dei nostri associati, migliorare e ridefinire la proposta che rivolgiamo ai “nuovi anziani”, in altre parole precisare e concretizzare la nostra proposta per l’invecchiamento attivo.


Non si può sottovalutare il fatto che la generazione dei futuri nuovi “senior” ha caratteristiche molto diverse dagli anziani cha abbiamo conosciuto in passato. E’ la generazione che ha fatto il 68, con un buon livello culturale, discrete possibilità economiche, padroni delle nuove tecnologie, dotati di interessi e curiosità che li portano a costruirsi percorsi di vita, anche dopo l’età pensionabile, che poco hanno a che vedere con l’immagine tradizionale del pensionato che gioca a bocce, a carte o a tombola, e al più accudisce ai nipotini.

Anche se è vero che gran parte delle energie dei nuovi anziani sono indirizzate a sostenere il peso del welfare familiare, accollandosi la cura di genitori nipoti e a volte anche dei figli; se è vero che molte sono le opportunità che hanno do costruirsi un personale modello di vita per la terza età; dobbiamo ridefinire una proposta, un linguaggio, che possano interessare e coinvolgere persone che possiedono un patrimonio di esperienza, di competenza, di umanità che è un delitto disperdere.

E queste proposte non possono scaturire da altro che dalla ridefinizione e dalla riqualificazione dei progetti e dalle proposte di Auser. Il primo dei quali è ilFilo d’argento.


Il filo d’argento

Il filo d’argento di Auser, lo ricordiamo, è l’insieme delle attività di aiuto alle persone, che le nostre associazioni e i nostri volontari svolgono in tante forme differenti. Il rapporto delle attività 2007 documenta il peso del nostro intervento nell’azione di aiuto alla persona.

Più di centomila ore di attività volontaria, 18.000 persone assistite, 40.000 richieste di aiuto, un milione di km percorsi (25 volte il giro della terra) dai 100 automezzi a disposizione nell’attività più nota (ma non l’unica) dell’Auser, il trasporto assistito. Numeri imponenti, che dicono quanto Auser sia una realtà ormai insostituibile nel welfare bergamasco; che dicono anche quante domande e bisogni resterebbero inevasi senza l’intervento diretto del volontariato (non solo il nostro ovviamente).

Se tutto questo è possibile, lo si deve certo e prima di tutto ai 1200 volontari impegnati, che sono il cuore vero e insieme la spina dorsale della nostra associazione. E tuttavia se oggi il Filo è diventato una sorta di carta d’identità dell’associazione, è conseguenza anche della scommessa avviata tre anni fa di partecipare al bando della regione Lombardia per il sistema di telefonia sociale. Una scommessa impegnativa, che ha richiesto di organizzare il sistema di telefonia del Filo d’argento di Auser, già esistente in molte parti di Italia, rispondendo a standard definiti nei tempi e nelle modalità dal bando della regione Lombardia. Scommessa impegnativa per noi in particolare, perché sul territorio di Bergamo non era allora attivo alcun punto d’ascolto.

Oggi possiamo affermare con orgoglio che la scommessa è stata vinta. Il numero verde è attivo e conosciuto, le telefonate sono in costante aumento (più di 700 richieste di aiuto dall’inizio dell’anno al punto d’ascolto di Bergamo). Nel welfare locale c’è un’opportunità in più, che tre anni fa non c’era. E questo è una ricchezza aggiuntiva, messa in campo dalla nostra associazione. E’ questo che caratterizza un’associazione di progetto, che non si limita a operare secondo le richieste e le indicazioni delle amministrazioni, ma mette in campo idee e risorse proprie in modo integrato con quelle di altri enti e associazioni, per costruire un welfare più ricco e più solidale.

Ma la nascita e crescita del Filo a Bg ha avuto anche un’altra caratteristica fondamentale e in qualche modo originale. E’ nato, fin dai primi passi, come un’esperienza di rete, non solo e non tanto tra i circoli di Auser, ma con altre associazioni del territorio (e cogliamo qui l’occasione per ringraziarle della collaborazione). E col passare del tempo si è imposto come uno snodo centrale di una rete tra pubblico e privato sociale, anche esplorando e sperimentando nuove funzioni e potenzialità: dal progetto di monitoraggio della fragilità, avviato dal punto d’ascolto di Treviglio, e sperimentato la scorsa estate anche a Bergamo; all’accordo stipulato con l’associazione In.oltre per mettere a disposizione la nostra struttura di telefonia come punto di ricezione della domanda di mobilità anche per le persone disabili; fino alla convenzione in corso di definizione con l’Ambito 1 e le associazioni del territorio di Bergamo e comuni vicini; progetto che mi sembra particolarmente interessante e innovativo e che potrebbe essere riproposto anche in altri ambiti territoriali. In sintesi il contenuto dell’accordo è il seguente: l’ambito riconosce l’importanza del tema della mobilità delle persone fragili e sostiene (anche economicamente) le associazioni che se ne fanno carico, favorendo la costruzione di una rete che fa capo al punto d’ascolto del Filo d’argento, che diventa il capofila del progetto e lo snodo della rete delle associazioni che operano su questo terreno.


La triennalità del progetto sostenuto dalla regione Lombardia è terminata nello scorso mese di luglio. Non sembra che esista l’intenzione di rinnovare la sperimentazione. Questo non vuol dire che chiuderemo il progetto di telefonia: ne verificheremo in modo autonomo le modalità di prosecuzione, vedremo come reperire le risorse necessarie.

E’ un progetto che caratterizza e identifica Auser, siamo impegnati a sostenerlo e a potenziarlo. Le esperienze che abbiamo fatto ci suggeriscono che il nostro sistema di telefonia può ulteriormente ampliare le sue funzioni, non limitandosi ad attendere le segnalazioni e le richieste, ma promuovendo un servizio di compagnia telefonica, di monitoraggio delle persone fragili, di attenzione e prevenzione. E che può allargare il suo target, offrendo aiuto non esclusivamente agli anziani, ma ai disabili, agli stranieri, alle persone sole che vivono momenti di difficoltà e cercano una voce amica e qualcuno che li accolga. E’ un progetto che può essere costruito in modo anche originale e diversificato in ogni territorio, in collaborazione con ASL, enti locali, altri soggetti del TS; e che può essere generalizzato trovando probabilmente una diversa dimensione operativa, corrispondente agli ambiti dei piani di zona; e quindi con un adattamento della rete a questa realtà e dimensione.

Insomma, l’idea su cui propongo di ragionare è la creazione di un punto d’ascolto su ogni ambito, che sia punto di riferimento per i bisogni che le istituzioni non possono soddisfare (bisogni di aiuto di relazione, di compagnia), che sia integrato nelle politiche dei piani di zona, e che diventi il nodo di una rete tra i soggetti del TS, facilitando con questo anche la costruzione di più solide forme di integrazioni. Non è una cosa che possiamo fare da soli: ma è un’idea che possiamo condividere con tutti i soggetti disponibili.


La socialità , il turismo e il ruolo dei centri anziani.

Se il Filo d’argento ha assunto la valenza di un progetto identificativo dell’Auser sulle attività di aiuto alla persona, altrettanto non si può dire degli altri campi di attività.

E’ difficile raccontare in poche parole cos’è la socialità di Auser, che caratteristiche ha la proposta turistica, in cosa si differenziano i nostri centri anziani da tanti altri.

Abbiamo bisogno, su ciascuno di questi temi di riuscire a creare alcuni progetti esemplari che diano dei messaggi più incisivi, che rappresentino modelli su cui costruire proposte generalizzabili, e che rispondano in modo emblematico alla proposta di un’associazione, che - senza rinunciare ad essere associazione di anziani - si candida a svolgere un ruolo di coesione sociale per tutta la collettività.

I centri anziani sono oggi un nodo debole eppure strategico. Il ruolo che hanno avuto negli anni passati di centri aggregativi è assolutamente importante, anche quando le attività dei centri non vanno oltre il gioco delle carte, la tombola, la gita sociale. Basta pensare a cosa sarebbe la vita dei nostri anziani, specie nei paesi, se questi circoli non esistessero.

Eppure questo non è più sufficiente. I “giovani anziani” possiedono, l’abbiamo ricordato prima, oggi competenze, strumenti culturali più raffinati, un più alto grado di istruzione che consente loro di costruirsi un progetto personale per la terza età, utilizzando le diverse opportunità che il territorio offre. E’ ovviamente un bene per loro, ma può essere la morte dei centri anziani, lo scivolamento progressivo verso una ghettizzazione, una riserva per le persone più fragili e meno autonome.

Penso che sia necessario una riflessione e una sperimentazione, condotta da tutta l’associazione ai diversi livelli (e sulla quale chiedere l’apporto, il confronto e il contributo anche dei sindacati pensionati, e il coinvolgimento strategico delle amministrazioni comunali) per proporre modelli di circoli che sappiano non solo fondere i diversi aspetti della nostra proposta per gli anziani, la socialità e la solidarietà, le attività culturali e la crescita della consapevolezza sociale; cosa che peraltro già avviene in diversi nostri circoli, che sono una reale risorsa per il loro territorio e interpretano il loro ruolo di circoli Auser a 360 gradi. Ma anche proporsi come risorsa per tutti: che vuol dire pensare, nella programmazione delle attività e nella proposta al territorio, ai soggetti con i quali costruire rapporti interculturali o intergenerazionali. Il sostegno dell’attività di questi circoli potrebbe trovare adeguati finanziamenti anche con i bandi della Fondazione per la coesione sociale.

Ed anche l’attività turistica, oggi lasciata alla autonoma iniziativa e alla fantasia dei singoli circoli, avrebbe necessità di essere sostenuta con proposte ed esperienze che si richiamino alle motivazioni etiche del Turismo solidale, ed ecologicamente sostenibile.


Educazione permanente

E’ fondamentale per ridefinire il ruolo dei centri anziani, ma anche degli altri circoli Auser, rinforzare e identificare la nostra proposta sull’educazione permanente.

Diversamente da molte altre realtà italiane, a Bergamo TU non si è sviluppata come una delle attività di Auser, ma ha seguito un percorso associativo autonomo, definendosi come struttura organizzativa di corsi di elevata qualità, che coinvolge a Bergamo più di un migliaio di persone.

Questa scelta, che ha un suo innegabile valore e funzione, ha però privato la nostra associazione di uno strumento importante di proposta culturale per gli anziani, di una leva per attrarre nuovi soci e creare nuove associazioni, privando l’immagine esterna dell’associazione di una componente fondamentale, rischiando a volte di comprimerla a mera associazione che produce servizi.


In questi anni molti dei nostri circoli hanno sviluppato in modo autonomo alcune attività di educazione permanente. A volte ospitando nelle proprie sedi corsi di TU o promossi da altri soggetti. Più spesso inventandosi autonomamente percorsi originali, attività destinate a coinvolgere le fasce di persone che meno hanno potuto usufruite nel corso della loro vita di opportunità di scolarizzazione e di cultura. E’ difficile elencare le numerose iniziative, anche perché non siamo riusciti finora a creare un minimo di censimento né di coordinamento. Anzi, molto spesso ne veniamo a conoscenza dalla lettura dei quotidiani locali. Eppure, oltre alle numerose gite che sanno fondere l’obiettivo della socializzazione con la promozione culturale, registriamo l’organizzazione di incontri e dibattiti, sia pubblici sia riservati ai soci, con particolare interesse e attenzione alle tematiche della salute e del benessere. Ricordiamo anche esperienze originali, come i laboratori di teatro, che in alcuni casi sono riusciti a rispondere all’obiettivo del coinvolgimento intergenerazionale, in altri casi a una funzione sociale, coinvolgendo ospiti delle case di riposo. Esperienze che riescono non solo a fondere le diverse anime della nostra proposta associativa - la solidarietà e la socialità, i rapporti intergenerazionali – ma cercano di rispondere a quella finalità, che a volte ci sembra un po’ appannata nella programmazione di TU, che è la costruzione di opportunità per la “domanda debole”, rivolta cioè a quelle persone che meno opportunità hanno avuto nel corso della loro vita, e meno strumenti possiedono per costruirsi in modo autonomo un percorso tra le offerte culturali del territorio.


Proprio per approfondire questa linea ispiratrice, abbiamo di recente promosso un progetto di alfabetizzazione informatica degli ultra sessantenni. Gli over-60 sono, per ovvie ragioni anagrafiche, rimasti in gran parte esclusi dall’acquisizione di competenze nelle nuove tecnologie, e fanno ovviamente più fatica dei giovani a riconvertirsi ed apprendere. La conseguenza può essere una forte condizione di inferiorità e di dipendenza, una minaccia alla propria autonomia personale, una diminuita capacità di accedere a servizi essenziali, compresi quelli offerti da ASL e comuni, esclusione da nuove forme di partecipazione alla vita collettiva e al’informazione, privazione di facili e efficaci strumenti di comunicazione a distanza (mail, skype, ecc).

Non ci interessa realizzare iniziative di alfabetizzazione informatica svolta con strumenti tradizionali (corsi): comporterebbe costi insostenibili, sarebbe un duplicato di corsi già esistenti, e sarebbe probabilmente poco efficace, stante l’accertata difficoltà degli adulti ad apprendere le nuove tecnologie in un percorso tradizionale bastato sulla lezione frontale. Al contrario, esperimenti realizzati negli anni precedenti attestano della straordinaria efficacia (oltre all’economicità) di un progetto che veda coinvolti come docenti-tutor gli studenti delle scuole superiori. Stiamo perciò operando insieme a CSV e USP, per coinvolgere le scuole come soggetti di educazione permanente, in un progetto che ha diverse e suggestive valenze, dallo sviluppo di rapporti intergenerazionali, alla valorizzazione delle competenze degli studenti, che si inseriscono in un’attività di volontariato, di cittadinanza attiva e solidarietà sociale all’interno della scuola, sfruttando le competenze acquisite e restituendole alla collettività.


Il percorso fatto dall’ultimo congresso

Fare un congresso vuol dire naturalmente fare anche un bilancio di quello che abbiamo fatto, del percorso compiuto dall’ultimo congresso, dei nostri limiti, della strada che ancor possiamo percorrere.


Quello che siamo oggi l’abbiamo visto nel racconto del bilancio sociale. Ma i numeri, per quanto significativi, non dicono tutto.


Credo che sia opportuno ricordare, a noi e a chi ci ascolta, che siamo un’associazione giovane, nata e cresciuta in soli 15 anni, che ha raggiunto dimensioni paragonabili a quelle di organizzazioni che hanno 50 anni di più. E siamo cresciuti tumultuosamente, in modo diverso nelle diverse parti d’Italia, aggregando anche realtà già esistenti, con una loro storia autonoma e una loro identità.

Anche a Bergamo è articolata la realtà e la storia dei nostri circoli, molto legati alla realtà locale, diffidenti rispetto a ogni organizzazione superiore che possa in qualunque modo gettare ombre sul grado di autonomia e indipendenza delle associazioni locali.


Eppure anche su questo terreno abbiamo fatto un cammino non irrilevante, tanto sul piano nazionale e regionale, quanto nella realtà provinciale.

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      Abbiamo definito in modo inequivocabile la nostra vocazione e identità di associazione di volontariato, ribadendo in modo non equivoco che il valore delle nostre azioni trova fondamento nel principio della gratuità, e traducendo anche in regole condivise le modalità di operare dei nostri volontari.
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      Abbiamo consolidato, almeno nei gruppi dirigenti centrali e delle ALA il senso di appartenenza ad un’unica grande associazione nazionale, stemperando, se non superando, le spinte localistiche e autonomistiche, e convincendo dei vantaggi derivati dal partecipare ad una realtà più grande: vantaggi in termini di servizi, di aiuti, di consulenza. Ma anche di possibilità di confronto, collaborazione, relazione; insomma di fare rete. Abbiamo iniziato a costruire, e dobbiamo consolidare, una modalità di lavorare, sul territorio, delle nostre associazioni, e in molti casi siamo riusciti anche a operare in rete con altre associazioni del territorio.
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      Abbiamo migliorato la comunicazione interna e con l’esterno; basti citare il notiziario mensile, oltre che al periodico regionale che inizia ad arrivare direttamente a casa di molti soci; la diffusione delle dotazioni informatiche, il lento ma costante aumento delle associazioni collegate via mail; abbiamo costruito una piccola ma solida organizzazione centrale sul piano amministrativo e organizzativo.
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      Abbiamo raffinato la nostra capacità di progettare e di supportare i progetti delle nostre associazioni, tanto con progetti di dimensione regionali (pensiamo non solo al Filo d’argento, ma alla campagna di ricerca volontari in corso); progetti che anche a Bergamo non sono più circoscritti alle sole iniziative di trasporto sociale.
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      Abbiamo raggiunto un obiettivo importante, che ci eravamo dati tre anni fa: l’ autonomia finanziaria dell’organizzazione provinciale, grazie prima di tutto alla aumentata compartecipazione di tutte le nostre associazioni (che voglio leggere come consapevolezza dell’utilità e funzionalità delle strutture di secondo livello); ma grazie anche all’aumento dei soci; alla capacità progettuale; alla disponibilità accresciuta, anche se non sempre convinta – di chiedere esplicitamente contributi a sostegno della nostra attività, come fanno tutte le associazioni, sia chiedendo contributi ai cittadini, alle banche alle imprese, sia mobilitandosi con la campagna di raccolta fondi (la giornata della pasta).


I problemi e le difficoltà.

Ma abbiamo ancora una serie di problemi aperti, di sfide da affrontare, di opportunità da cogliere, oltre ai nodi politici e strategici di cui ho parlato prima. Alcuni problemi riguardano i rapporti con l’esterno, altri sono problemi interni all’associazione.


1. Il problema più rilevante è la difficoltà di tutto il TS di mettersi in rete, di condividere progetti, strategie, iniziative, modi di rapportarsi con le istituzioni. Abbiamo provato a costruire i Forum del TS, con molte difficoltà, forse con l’eccezione del solo territorio di Treviglio. A livello provinciale il percorso ha in questo momento una battuta di arresto.

Sicuramente non ha aiutato la chiusura su questo come su altri terreni del CSV, che ci sembra a volte rinchiudersi in una sorta di dorata e ricca autoreferenzialità, timoroso di aprirsi al confronto, e a fungere da stimolo, catalizzatore, risorsa per la creazione di reti tra le associazioni tanto a livello provinciale quanto sul territorio. Un malinteso senso di purezza e diversità del mondo del volontariato rispetto a tutto il mondo associativo e del TS, produce chiusura al confronto e porta a perdere preziose opportunità. La più recente è di questi tempi, dove si evidenzia l’incapacità del TS di proporsi in modo coordinato di fronte alla nuova triennalità dei Piani di zona, senza una valutazione e una proposta condivisa, senza la capacità di definire insieme la propria rappresentanza. Su questo terreno abbiamo sollecitato più volte, e senza esito, il CSV a uscire dall’equivoco diffuso che gli riconosce un ruolo di rappresentanza del volontariato, per svolgere invece un compito fondamentale, consono alla sua funzione: favorire il processo di aggregazione territoriale delle associazioni di volontariato e di TS, per costruire un percorso comune di definizione di un ruolo e di rappresentanze condivise sui tavoli dei PDZ. Chi altri ha le risorse, le competenze, il ruolo per svolgere questa funzione strategica ?


2. Il peso assunto in Auser dall’attività di trasporto sociale rende non rinviabile un’approfondita analisi e una definizione più chiara e uniforme del nostro atteggiamento e del nostro modo di operare.

Prima di tutto per porre in tutta la sua forza il tema della mobilità come un elemento strategico per la difesa dei diritti fondamentali della persone: mobilità significa diritto alla salute, accesso ai servizi, partecipazione alla vita di relazione. Occorre che di questo tema si facciano carico le istituzioni, assumendone una capacità di governo. Noi non ci sottraiamo a svolgere il nostro ruolo, che è e deve essere soprattutto un ruolo di attività solidale, non di sostituzione dell’intervento pubblico o privato, e tanto meno in forme che ci possono confondere con apparati dell’amministrazione.

Ma poi per fare chiarezza anche al nostro interno sulle forme e modi in cui possiamo/vogliamo/dobbiamo gestire questa attività. Troppe differenze nelle modalità di convenzione con gli enti locali, nelle forme di sovvenzione e di compartecipazione degli utenti, nelle limitazioni imposte dalle convenzioni o nelle autolimitazioni poste dalle associazioni. Se fatichiamo noi a districarci nel ginepraio delle nostre regole, modi, tariffe, donazioni, se aggiungete il fatto ovvio che anche altre associazioni operano sul territorio, ognuna con le sue peculiarità, come possiamo pensare di non ingenerare confusioni nei nostri assistiti, che a volte ci confondono con angeli protettori, altre con dipendenti del comune?


3. Abbiamo anche vissuto e viviamo difficoltà interne all’associazione. Accanto a inevitabili problemi di crescita, abbiamo in più occasioni registrato dissidi – per me ancora incomprensibili - all’interno di alcuni circoli; in altri il persistere di forme di chiusura rispetto a ogni proposta di collaborazione. Soprattutto, alla crescita delle attività, dell’organizzazione, degli impegni e delle responsabilità, non ha corrisposto un’adeguata crescita quantitativa e qualitativa del gruppo dirigente. Il direttivo provinciale ha ben operato, a mio avviso in questi tre anni, è stato capace di confrontarsi, discutere, assumere decisioni anche impegnative in tempi ragionevoli, ha saputo condividere ruoli e impegni, soprattutto nell’accompagnamento e supporto delle associazioni locali. Ma il peso che Auser ha assunto richiede di ricoprire una serie di ruoli, di sostenere contatti di partecipare e sviluppare progetti e iniziative, per le quali l’attuale struttura dirigente provinciale in molti casi non è preparato, e comunque non è sufficiente.






Il problema delle risorse


Una riflessione particolare dobbiamo dedicare al problema del finanziamento dell’associazione. Siamo nati e siamo cresciuti, lo sappiamo bene, grazie al sostegno dei soci fondatori; SPI e CGIL. Ma ci siamo dati un obiettivo e un traguardo, quello di camminare con le proprie forze; non vuole essere - e non deve essere letta - come una presa di distanza, il nostro sistema di valori rimane quello su cui siamo nati, i nostri riferimenti ideali sono comuni. Ma un’associazione deve essere in grado di sostenere le proprie iniziative e le proprie strutture l’autonomia dei propri progetti senza dipendere funzionalmente da nessuno, se non dai propri soci, o dal sostegno dei cittadini.

Non è presunzione di autosufficienza. E’ il giusto orgoglio di una associazione che è cresciuta, che ha un suo progetto una sua mission, che non rifiuta , anzi ricerca il sostegno anche finanziario dei singoli, di altre organizzazioni, degli enti pubblici e privati. Ma lo richiede sui propri progetti, misurandone la validità anche sulla base della capacità di attrarre sostegno e donazioni.
Per questo abbiamo deciso che la struttura di Auser deve finanziarsi mediante il contributo dei soci, gli oneri a carico delle convenzioni che sottoscriviamo e dei progetti che vengono finanziati. Mentre i contributi che riceviamo, da qualunque parte provengano, dal sindacato come dal 5per mille, dalla raccolta fondi come dai privati, è integralmente destinato a sostenere l’attività solidale di Auser, a partire dal Filo d’argento.

Del resto così vive ogni associazione:

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      del sostegno innanzitutto dei propri soci: e la continua costante crescita a fronte di un tesseramento che deve essere conquistato e rinnovato ogni anno è una chiara prova di fiducia e di identificazione;
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      dell’appoggio di altri soggetti che sostengono incondizionatamente i progetti dell’associazione riconoscendone il valore sociale, o che intervengono a cofinanziarli mediante apposite convenzioni
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      delle donazioni dei cittadini, sia a ringraziamento di servizi o azioni di solidarietà rese nei loro confronti, sia come erogazioni liberali in occasione della giornata di raccolta fondi o della sottoscrizione del 5per mille in occasione della annuale dichiarazione dei redditi-.


La pasta. Abbiamo fatto progressi sulla raccolta fondi. 4 anni fa solo l’idea di “vendere la pasta” creava resistenze apparentemente insuperabili. Probabilmente perché abituati a sostenersi o mediante le convenzioni con gli enti locali o con le entrate dei centri anziani.

Oggi molti nostri circoli hanno iniziato a comprendere l’importanza del mettersi in gioco almeno una volta l’anno, di “scendere in piazza” per verificare il consenso della cittadinanza. Perché le risorse che si raccolgono in modo autonomo valgono il doppio, possono essere liberamente investite senza vincoli, sui nostri progetti. Ma sono anche una verifica tangibile del grado di consenso che incontrano le nostre attività.

Questo avviene anche con il 5per mille. Auser ha ottenuto un buon successo nazionale. In Lombardia e nella nostra provincia il dato è contradditorio, a macchia di leopardo, comunque al di sotto di quanto la nostra dimensione associativa potrebbe lasciar sperare.

Sicuramente hanno pesato diversi fattori: ancora la scarsa convinzione delle ALA, ma anche una collaborazione con i CAF che potrebbe decisamente essere migliore.


In ogni caso abbiamo ricevuto la prima annualità relativa ai redditi 2005, e abbiamo ripartito le risorse a sostegno dei progetti presentati dalle associazioni locali.



Prospettive di crescita


Siamo cresciuti come soci, come volontari, come attività. E’ cresciuta la qualità della nostra proposta associativa, il nostro “peso politico”, se così si può dire, il riconoscimento sociale. Sono cresciute, al nostro interno, non solo le capacitò organizzative, progettuali, di finanziamento; ma anche l’identità, il senso di appartenenza all’associazione, la capacità di fare rete, la solidarietà interna, la condivisione di valori comune e di regole condivise.


Su tutti questi terreni si può – e di deve – fare ancora molto. Ma quando il cammino è avviato, si sono superati i primi inevitabili ostacoli, il percorso è tracciato, è più facile proseguire il cammino.


Abbiamo però bisogno di farlo con nuovi compagni di strada, che portino nuove idee e nuove energie.

Possiamo dobbiamo conquistare altre persone alla nostra proposta. Nuovi anziani, ma anche persone che lavorano. Il volontariato non è un’esclusiva dei pensionati né delle associazioni di volontariato

Abbiamo avviato una campagna “Ti stiamo cercando” per avvicinare nuovi potenziali volontari. Ma il nostro problema è soprattutto di attirare “quadri” (per usare un vecchio linguaggio politico-sindacale); o meglio, volontari disponibili ad assumere ruoli di gestione, e direzione; senza con questo rinunciare alla caratteristica fondamentale della gratuità, che abbiamo più volte ribadito come opzione irrinunciabile della nostra associazione.

Dal coordinamento organizzativo e gestionale, alla gestione dei gruppi dirigenti; dalla partecipazione alle iniziative regionali e nazionali, oltre che quelle locali; dai rapporti con le istituzioni (ASL, provincia, comuni) a quelle con il CSV, i Forum, i sindacati; dalla partecipazione alle iniziative pubbliche alla raccolta e diffusione delle informazioni; tutto è a carico della presidenza provinciale, che in realtà conta su una sola persona interamente votata al compito. E’ un problema vitale che dovremo affrontare nei prossimi tempi, problema che è preliminare rispetto alla necessità di regolamentare il limite dei mandati per i ruoli dirigenti, che è sollecitata dal nostro documento congressuale nazionale. Confesso che la disputa non mi appassiona, ma non mi sottraggo: credo che un ricambio nei ruoli di direzione sia una necessità vitale di ogni organizzazione. Ciascuno di noi ha contributi positivi, idee ed energie, che inevitabilmente dopo un certo periodo si esauriscono e rischiano addirittura di fossilizzarsi. Noi non abbiamo un problema “di poltrone” da liberare. Chi esaurisce il proprio mandato può continuare tranquillamente a operare e collaborare con altri ruoli e funzioni. Ma è necessario che tutta l’associazione si faccia carico del problema del rinnovamento, del ricambio, della crescita e reclutamento di nuovi quadri direttivi a tutti i livelli. E in qualche caso una norma statutaria può essere utile a sbloccare qualche situazione che rischia invece di perpetuarsi per forza di inerzia.


I compiti aumentano, occorrono le persone. Occorrono nuove idee e quindi anche un rinnovo dei gruppi dirigenti, ai quali va il merito di aver accompagnato la nascita e la crescita dell’associazione, ma che non possono essere condannati a coprire in eterno il loro ruolo.


Oggi possiamo riprendere anche un lavoro che favorisca la nascita e la crescita di nuovi circoli, affidandolo soprattutto alle nostre realtà territoriali di zona, che dovranno avere tra i compiti principali anche la crescita e il consolidamento dell’associazione sul territorio.


Ma soprattutto dobbiamo migliorare la qualità e la consapevolezza della nostra azione e della nostra proposta. Chiederò al nuovo gruppo dirigente, che uscirà al termine di questa giornata, di impegnarsi in un seminario residenziale di un paio di giorni, per facilitare la condivisione dei linguaggi e delle esperienze, per costruire insieme un progetto comune, per disegnare con maggior forza e chiarezza il profilo della nostra associazione, che deve – per dirla con una frase – preoccuparsi sempre di più non tanto e non solo di aumentare la quantità dei servizi erogati, ma la qualità delle relazioni tra le persone, la cultura della solidarietà.


Una società insicura, preoccupata tende a dividersi a frammentarsi. Ognuno cerca risposte individuali o si chiude in un gruppo identitario. E ciò a sua volta non fa che aumentare le diffidenze, le paure, le divisioni, in una spirale sempre più pericolosa. “un senso di solitudine crescente, dovuto all’imporsi di una società sempre più individualizzata, impedisce di vedere l’ambiente nel quale si agisce non solo come un terreno di competizione e realizzazione, ma anche come un luogo nel quale è possibile trovare ascolto e aiuto. Gli individui sono spinti verso una solitudine sempre più asfissiante… una condizione che non solo lascia sgomenti nei momenti di pericolo, ma diffonde una percezione di insicurezza …” ?

E’ quella paura diffusa, la “paura liquida” descritta dal filosofo contemporaneo Zygmunt Baumann.


Già due secoli fa, già il filosofo Gottfried Leibniz ci aveva spiegato che la solidarietà tra gli esseri umani non è, o non è solo, un comportamento nobile e disinteressato: è piuttosto e soprattutto – credo che ce ne rendiamo conto ogni giorno di più - una necessità inderogabile per la sopravvivenza stessa del genere umano.


Questa è la nostra missione, questo è ciò di cui il mondo in cui viviamo ha bisogno. Di questo hanno bisogno tra stati, le generazioni, le etnie, le persone: di solidarietà e coesione.



17 aprile 2009: Assemblea annuale Auser provinciale
E’ convocata l’assemblea annuale dell’Auser provinciale, che si svolgerà venerdì 17 aprile 2009 dalle 9,00 alle 16,30 presso lo spazio POI del Polaresco a Longuelo, Bergamo
Programma:
- 9,00. Convegno “Apprendere sempre”. Programma dettagliato nel file allegato.
- 13,15-14,30. Pausa buffet
- 14,30. Presentazione conto consuntivo 2008, discussione, approvazione.
- 16,00. Attività in programma per il 2009: raccolta fondi, progetti.
- 16,30. Chiusura lavori
All’assemblea partecipano i delegati eletti all’assemblea congressuale del novembre 2008, e i presidenti delle ALA. Sarà presente Luigi De Vittorio, vicepresidente Auser nazionale

Programma convegno Apprendere sempre



LA RISORSA ANZIANI AL SERVIZIO DEL PAESE. TERZA CONFERENZA NAZIONALE DI ORGANIZZAZIONE AUSER
Identità, Responsabilità, Rete, sono le tre parole chiave attorno alle quali si centreranno i lavori della Terza Conferenza Nazionale di Organizzazione dell'Auser in programma a Chianciano dal 26 al 28 maggio 2011 presso il Grand Hotel Admiral Palace. Un appuntamento importante per una delle più grandi organizzazioni di anziani attivi che operano in Italia, per fare un bilancio sulle proprie strategie, sul proprio essere, sul proprio operare, alla luce dell'attuale contesto politico, sociale ed economico. Altre info dal www.auser.it.
I partecipanti bergamaschi sono Angelo Locatelli, Maria Contu e Luigi Locatelli.



Congresso provinciale Auser Bergamo: rinnovate le cariche associative e confermato Presidente provinciale Angelo Locatelli
Si è concluso il Congresso Provinciale Auser oggi venerdì 22 febbraio alle ore 16.50. All’unanimità, sono stati votati i membri del Comitato Direttivo di Auser Volontariato e di Auser Territoriale, sono stati individuati i revisori dei conti effettivi e supplenti e i delegati che rappresenteranno i soci Auser del Comprensorio di Bergamo al prossimo Congresso Regionale Auser che si terrà a Darfo Boario Terme nei giorni 11-12 e 13 marzo prossimi.
A seguito del Congresso, gli eletti del Comitato Direttivo si sono immediatamente riuniti e hanno confermato Angelo Locatelli in qualità di Presidente di Auser Provinciale di Bergamo.

Continua
22 Febbraio 2013


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