Empatia di Tiziana
Bargna
La
vita frenetica e stressante
fa
perdere di vista ciò che è importante.
In
una società con mania di possesso, indifferenza
la
mancanza di valori sfocia nella violenza.
Come
piccole gocce nei grandi mari
ecco
che appaiono i “volontari”.
Si
definiscono persone normali
ma
a loro modo sono “speciali”.
Assistono
i malati negli ospedali
sono
angeli senza le ali.
Confortano
gli ultimi senza far storie
e
non pretendono onori e glorie.
Organizzano
splendide camminate
condividendo
merende e risate.
Queste
persone sanno cos’è l’empatia
perché
con gli altri sono in sintonia.
E
poi ci sono gli amici “veri”
quelli
che sono davvero sinceri.
In
verità sono sempre più rari
perciò
bisogna tenerseli “cari”.
Esistono
ancora famiglie dove conta l’amore
quello
che fa battere il cuore
e
se ciascuno ha qualche difetto
alla
fine prevale il rispetto.
LA
TECNOLOGIA INFORMATICA NON SEMPRE PUO’ GRIDARE “VITTORIA!!”
di Luciana Galimberti
Una
coppia di genitori benestanti mette al mondo due gemelli monozigoti,
perfettamente identici soprattutto nel sorriso. Il loro nome: Andrea
e Alberto.
Dopo
pochi giorni dalla loro nascita i genitori dovevano recarsi
congiuntamente a firmare un atto notarile che non poteva essere
rinviato e quindi affidarono i piccoli ad una babysitter che si
prestò volentieri a prendersi cura dei bimbi per mezza giornata.
Ma…
ahimè, questi genitori, essendo in ritardo per l’appuntamento, e
non sapendo esattamente la strada che dovevano fare, salirono in
auto, impostarono il navigatore, ed il marito cominciò a guidare
in una maniera talmente veloce che ad un certo punto, facendo una
curva troppo azzardata, andarono a sbattere contro un muretto
causando un incidente gravissimo e portandoli ambedue al creatore.
A
questo punto si rese necessario provvedere alla ricerca di una
coppia che volesse adottare i due gemelli, ma tutti gli interessati
volevano solo uno dei due piccoli per non avere un’incombenza
troppo impegnativa. Quindi i due gemelli furono adottati
separatamente:
Andrea
fu affidato ad una coppia molto agiata, che non poteva avere figli,
e che abitava in una piccola cittadina, svolgendo il proprio lavoro
da casa essendo ambedue all’avanguardia nell’usare la tecnologia
informatica in modo continuativo.
Alberto,
al contrario, fu affidato ad una coppia di contadini che viveva in
una fattoria circondata da alberi, prati, fiori e uccellini. Questi
genitori erano felici di vivere in campagna a contatto con la
natura pur possedendo uno smartphone che usavano solo per
necessità, essendo oggi uno strumento di cui non se ne può fare a
meno.
I
nuovi genitori, non essendo riusciti a mettere al mondo dei figli,
erano felici di questa scelta, anche perché, avendo questi bimbetti
pochi mesi, potevano farli crescere in base al loro modo di vivere. E
così i due gemelli crescevano separatamente.
Il
viso di Alberto era continuamente sorridente perché la natura in cui
viveva contraccambiava il sorriso presentando fiori, prati, alberi,
orti e uccellini che svolazzavano qua e là.
Andrea,
al contrario, non sorrideva spesso perché i genitori adottivi, gli
avevano regalato uno smartphone insegnandogli la tecnologia per
utilizzare i social. Così il bimbo era continuamente sui social e
non disturbava i genitori. La sua voce non era allegra e spensierata
perché non parlava quasi mai e aveva sempre uno sguardo corrucciato.
Così
passarono anni senza che i gemelli si potessero incontrare anche se
le famiglie adottanti si tenevano in contatto scambiandosi di tanto
in tanto qualche informazione telefonica.
Dopo
anni ed anni la coppia di genitori tecnologici decise di combinare un
incontro con i due gemelli, per festeggiare il loro 18esimo
compleanno, in un resort poco distante dalle loro abitazioni. Per la
coppia tecnologica fu molto semplice combinare un incontro fra i due
ragazzini e relativi genitori adottivi. E così avvenne.
Incredibile!!
I due gemelli monozigoti erano completamente diversi, sia dal punto
di vista fisico che comportamentale.
Alberto
era fisicamente snello, sorrideva facendo battute divertenti che
comunicavano la gioia che aveva in corpo.
Andrea,
al contrario era di corporatura robusta con un espressione
corrucciata ed abbassava continuamente lo sguardo per seguire i
social.
Anche
la voce dei due gemelli era diversa l’una dall’altra: Alberto, il
campagnolo parlava gesticolando e sorridendo allegramente, facendo
battute divertenti. Andrea, al contrario, si esprimeva brevemente con
lo sguardo immobile, con monotonia e senza enfasi.
Ad
un certo punto Andrea fece una riflessione: vorrei vivere per un
certo periodo in campagna con Alberto a contatto con la natura.
A
questo punto si rivolse alla famiglia contadina esprimendo il suo
desiderio di poter vivere con loro e con il gemello in campagna per
un certo periodo di tempo, previo consenso dei genitori tecnologici,
che accettarono.
E
ciò avvenne. Ma… ahimè qualcosa andò storto. Il contadinello
cominciò ad interessarsi sempre di più alla tecnologia informatica
dietro insegnamento e coinvolgimento del gemello tecnologico, e di
giorno in giorno si appassionò sempre di più, potendo avere
informazioni (vere o false!) di tutto ciò che succedeva nel mondo,
iscrivendosi ai social e prestando meno attenzione alla natura che lo
circondava!
I
genitori campagnoli non volevano che Alberto si appassionasse in
maniera totale alla tecnologia che proponeva Andrea perché erano
cresciuti nella natura che amavano.
Nei
giorni successivi il contadinello divenne sempre più simile al
gemello a livello tecnologico, sia fisicamente (mancanza di sorriso)
che mentalmente e, di comune accordo, nonostante la contrarietà di
coloro che li avevano cresciuti, contattarono un’importante azienda
estera che cercava “maghi” della tecnologia informatica e che
offriva, oltre alla remunerazione, una piccola abitazione poco
distante nella quale potevano svolgere il proprio lavoro tecnologico.
Questa
azienda, dopo aver verificato (da remoto) il livello di conoscenza
della tecnologia informatica di questi ragazzi, confermò la loro
assunzione. A questo punto i due gemelli partirono lasciando nella
disperazione i genitori contadini, mentre i genitori tecnologici
erano felici di questa scelta.
E
così i ragazzi iniziarono a lavorare per questa azienda tecnologica
dove venivano anche ben retribuiti.
Ma
ecco che qualcosa avvenne: nel loro piccolo appartamento, davanti
alla TV, i due gemelli videro un documentario che ritraeva il luogo
di campagna dove Alberto era vissuto ed a quel punto il loro sorriso
e l’espressione dei loro occhi erano IDENTICI!
Il
giorno seguente i ragazzi videro un altro documentario televisivo
il cui titolo era: come sarà il futuro con l’intelligenza
artificiale. I due ragazzi si sono guardati in viso e la loro
espressione corrucciata e negativa era identica! Ambedue urlarono
NOOOO!!
E
così i due gemelli, senza esitazione, si sono guardati negli occhi
pronunciando una frase identica: TORNIAMO NELLA NATURA!!
E
fu così che, dopo tanti problemi relativi a questa decisione, i due
gemelli riuscirono ad andare a vivere in campagna dove vivevano i
genitori di Alberto e dove, al mattino, venivano svegliati dal
cinguettio degli uccellini e … non dal suono emesso dallo
smartphone.
Il
loro sorriso era tornato identico ed entrambi erano consapevoli che
la loro scelta era contraria alla realtà del mondo tecnologico. Ma
erano felici,
Si
resero conto che prima o poi loro sarebbero stati esclusi dalla
realtà del vissuto attuale ma erano altrettanto certi che
nell’ambiente campagnolo avrebbero trovato chi la pensasse come
loro ed avrebbero potuto coltivare relazioni per eventualmente
formare una famiglia. E così avvenne.
CONCLUSIONE:
NON SEMPRE L’ARTIFICIAL INTELLIGENCE PUO’ GRIDARE VITTORIA!!
Metamorfosi di Luigi Redaelli
Il difficile dello scrivere
una lettera è quello d’iniziarla. Fatto questo, poi tutto scorre
facilmente. Quando si parla di ricordi ci si perde nella polvere che
il tempo ha accumulato su di essi. Li ritroviamo, ci sembrano poco
nitidi, opachi e ci chiediamo se li abbiamo vissuti realmente o se li
stiamo inventando. Così mi accingo a raccontare in prima persona il
mio inserimento forzato nel mondo del lavoro.
Metamorfosi
Sono un <<bravo
ragazzo>> del 56, uno di quelli citati dalla canzone del figlio
di Lucia Bosè. Non sono un poeta, ma eccomi qui a narrare il mio
mutamento da studente a operaio precoce. Frequentavo la terza media,
precisamente l’ultimo quadrimestre, quando mio padre si ammalò, i
suoi problemi al cuore peggiorarono, fu costretto a lasciare il
lavoro e si licenziò. Presentò subito la domanda per ricevere la
pensione di invalidità, ma per quelli come noi che non hanno santi
in paradiso, l’iter per avere quel sostegno economico si presentava
particolarmente lungo. Così la situazione economica della mia
famiglia diventò tutt’altro che florida. Mia madre era una
casalinga, doveva accudire cinque maschi, un compito pesante ma non
retribuito. Il primogenito, Giuliano era partito da poco per
adempiere al dovere del servizio militare, l’ultimo della nidiata
Teresio aveva otto anni; l’unico stipendio che portava soldi in
quella situazione era per merito di Roberto il secondogenito. Da
qualche anno il suo mestiere di tappezziere era una fonte che
alimentava il piccolo rigagnolo di denaro circolante a casa nostra.
Per tamponare quella spiacevole situazione il rimedio era a portata
di mano, toccava a me. Il lavoro minorile, già sperimentato sui due
che mi avevano preceduto era una nostra specialità, anche se a quel
tempo molto copiata. Non mi spaventava l’idea di dover sottrarre
delle ore ai miei tanti giochi e ai pochi studi, ma mi dava fastidio
sottostare agli ordini delle persone adulte. L’allergia che avevo
nel dover ubbidire ai miei genitori o agli insegnanti si sarebbe
allargata a dei nuovi comandi. Già sentivo un certo prurito.
Mettermi sull’attenti, dire signorsì e scattare non faceva parte
del mio carattere. Quello era un periodo nel quale non era difficile
trovare un lavoro, erano gli anni del boom economico. La Brianza era
al centro di questo fenomeno, il suo verde territorio e la sua gente
contadina stava cambiando. Come in un’abetaia, dopo la pioggia
spuntano velocemente funghi, così le industrie apparivano sempre più
numerose. Fabbriche meccaniche, setifici e mobilifici, sostituivano
il panorama rurale trasformandolo in urbano: tutto questo portò un
po’ di benessere e tanto inquinamento. La fame di manodopera era
difficile da soddisfare e così attirò a sé i migranti di allora:
siciliani, calabresi, pugliesi e veneti vennero qui dove li aspettava
la promessa di una vita migliore. Roberto chiese al suo datore di
lavoro se avesse bisogno di un apprendista, la risposta fu positiva,
la decisione altrettanto rapida ed indolore. Il giorno seguente, dopo
aver pranzato, ero in viaggio verso Perticato, minuscola frazione di
Mariano. Con la mia piccolissima bici rossa seguivo la scia di mio
fratello, che sbirciava dietro per paura di vedermi sgattaiolare via.
Arrivati davanti ad una grande cancellata, scendemmo dai nostri
veicoli. Mi trovai davanti il luogo dove avrei passato una porzione
della mia vita: si trattava di un grande caseggiato bucato al centro
da un corridoio. Superato questo, vidi che attaccati all’edificio
sulla destra c’erano i garage, mentre a sinistra una singolare
costruzione faceva da prolunga. Un’alta porta divideva in due il
locale: il lato interno era in muratura con in alto dei finestroni,
quello esterno era costituito da un doppio telaio metallico coperto
con vetro zigrinato. Questa struttura era mobile e poteva essere
semiaperta. Varcata la soglia, si aveva subito la visuale completa
del laboratorio. Vicino al muro d’entrata era situato un enorme
sacco di plastica contenente pezzetti di gommapiuma colorati. Il lato
frontale era quasi interamente occupato da un lungo mobile, sul quale
alla rinfusa riposavano vari attrezzi: forbici gigantesche, martelli
di varie misure e fogge, pinze e tenaglie. Si notavano anche quattro
postazioni di lavoro, ognuna con un basso sgabello. Sopra questi
sedili, scendeva allacciato ai tubi che circondavano il rettangolo
superiore, un filo a spirale di plastica, alla cui estremità veniva
agganciata una grossa graffettatrice. In un angolo, vari tipi di
tessuto formavano una piccola collinetta, rotoli di cinghie, scatole
di chiodi, telai in legno e scheletri di sedie completavano il
quadro. Sulle pareti spoglie spiccavano i poster delle due squadre
milanesi. Avvicinandomi mi accorsi di un particolare quanto meno
strano: le teste di tutti i giocatori erano sparite, sommerse da un
nugolo di graffette. Evidentemente in quel luogo si praticavano riti
vudu, a cui in seguito avrei partecipato anche io infierendo sugli
arti inferiori degli odiati cugini. Ero sicuro che lo sfregio sui
pallonari dell’ambrosiana fosse stata opera di mio fratello
Roberto, visto che era uno sfegatato milanista e mi aveva contagiato
per lo stesso tifo. Mi stavo chiedendo chi avesse commesso lo stesso
sgarbo sui miei idoli, quando entrò il figlio del titolare. Era un
ragazzotto che stava portando a termine i suoi studi di ragioneria e
nel tempo libero dava una mano alla baracca. Si dimostrò cordiale e
ben disposto nei miei confronti, nulla lasciava presagire che in
futuro sarebbe diventato un sindaco magnanimo verso se stesso. Dopo
mezz’ora direttamente dal bar, dove come tutti i giorni amava
passare il primo pomeriggio, arrivò il padre, si chiamava Giuseppe
ma per tutti era << Pepin>>, date le sue forme tutt’altro
che erculee: un ometto racchiuso in un fascio di nervi. Notai che
l’indice e il medio della mano destra erano ingialliti, segno che
oltre che apprezzare i cicchetti era anche un accanito fumatore.
Anche lui era gentile, mi spiegò con pazienza le mansioni che mi
spettavano. A completare la compagnia c’era la moglie, un donnone
dal viso rubicondo con occhi vispi e svegli. Il vero comandate in
campo, l’imprenditrice era lei. Tagliava le stoffe più preziose e
si occupava dei tendaggi, non metteva mai piede nella bottega, ma io
avvertivo costantemente la sua presenza. Terminata la scuola e
passati gli esami, passavo l’intera giornata dedicata al lavoro,
dalle otto del mattino a mezzogiorno: venti minuti per tornare a casa
per il pranzo, un quarto d’ora per mangiare, altri venti per
ritornare e ricominciare fino alle diciotto, un soldatino ligio al
dovere. I primi tempi i miei compiti non erano particolarmente
faticosi. Appena arrivato dovevo avviare il compressore, che faceva
arrivare l’aria ai tubi, un vecchio catorcio che sbuffava ed era
rumoroso come un motore a scoppio. Mi sedevo sul mio scranno,
prendevo i telai delle sedie, impugnavo la mia pesante pistola e
sparando zanchette, affrancavo sopra di essi quattro cinghie,
incrociandole, poi aggiungevo una copertura in tela. Il resto della
lavorazione spettava a Roberto: l’imbottitura, l’aggiunta del
tessuto superiore e inferiore e infine il cellofan protettivo
passavano dalle sue mani. Egli aveva imparato in fretta il mestiere
diventando molto bravo. Ammiravo la capacità che impiegava nel suo
lavoro: cucire materassi, assemblare riloga, carteggiare la lana. Era
uno spettacolo vederlo trasformare una nuda sedia intarsiata, in un
trono regale. Metteva in bocca una manciata di chiodini con la testa
dorata e a cupola, poi ad uno a uno spuntavano fuori, pronti a
ricevere una martellata e fissare sapientemente la stoffa. Ricevevo
lo stipendio a fine mese. Il valore delle lire, rigorosamente in
nero, da me guadagnate era evidente dall’espressione di mio padre
quando gli consegnavo la busta paga, che andava dalla delusione allo
sconforto. Di sicuro il mio contributo alle finanze nostrane, non ci
avrebbe reso ricchi. Spesso io e mio fratello restavamo soli. Padre e
figlio, per motivi diversi sparivano. Allora alternavamo il lavoro
con il gioco. I revolver che avevamo a nostra disposizione avevano la
capacità balistica di sparare proiettili a lunga gittata. Nascevano
battaglie e la quantità di munizioni volanti era paragonabile a
quelle che tracciavano il cielo di Leningrado, durante la seconda
guerra mondiale. Eravamo amici, ma si sa che la convivenza forzata
alla lunga fa danni. Cominciammo con qualche insulto, seguito da
spintoni, io ero più gracile e spesso avevo la peggio. Più le
beccavo e più aumentava la voglia di rivalsa, la mia giovane mente
bacata si inventò una trappola pericolosa. Aspettai che mio fratello
uscisse per andare in bagno, presi un ago da tappezziere di quindici
centimetri. Misi questo coltello appuntito ritto in piedi sotto il
suo sgabello e aspettai. Il ricordo di quei momenti è nitido e mi
scorre attuale, lo vedo rientrare e avvicinarsi al suo posto, sedersi
e subito lanciare un urlo. Vedo i suoi occhi passare dallo
sbigottimento all’odio verso la mia persona. Un balzo ed è sopra
di me. Una forza sovrumana a cui cerco inutilmente di resistere, mi
trascina verso il grande sacco. La mia testa viene immersa, le mie
narici sentono l’odore forte e acre della gomma piuma, la stretta
si fa sempre più forte, l’aria arriva a stento, sento il sangue
ribollire e protestare: ha miliardi di cellule da sfamare e vuole
ossigeno. Passano secondi o forse secoli, penso che le guerre
fratricide siano le più sanguinose. Poi il cellofan si stacca dalla
faccia, forse la sua rabbia sta svanendo e non vuole passare per un
novello Caino. Mi rimetto in piedi, lo guardo, si sta palpando il
gluteo ferito e sicuramente è dispiaciuto per quello che è
successo. Io mi ritrovo a pensare che gli voglio bene.
L’apprendistato progrediva, i telai spogli ricevevano da me tutte
le cure e venivano vestiti a festa. Il martello roteava, stretto fra
le dita, colpendo chiodini che penetravano la carne del legno,
cominciavo anche a carteggiare. I materassi di lana, dopo un
determinato periodo, complice la pressione di chi giace sopra,
perdono la loro morbidezza ed elasticità. Per farli tornare
all’antica tonicità bisognava scucire il tessuto, togliere la
matassa e sfiluzzare pezzo per pezzo quest’ultima. Il compito di
questa lavorazione veniva agevolato da un moderno macchinario,
direttamente pensato, progettato e creato dalla mente geniale di
Leonardo ed arrivato tale e quale fino a noi. Questo marchingegno,
una panca in legno, all’estremità aveva due rastrelliere a
mezzaluna, una fissata e l’altra mobile. La parte alta con un
movimento altalenante sfiorava la sorella posta in basso. La parte
uniforme e compressa di lana, inserita in questo sfiatatoio veniva
smantellata e sminuzzata. Le ciocche finivano per terra rinate a
nuovo splendore. Tutto questo è facile a dirsi, più difficile
metterlo in pratica. Stranamente i denti da lupo faticavano nel
masticare il vello pecorino. Per usare quello strumento infernale ci
sarebbero volute malizia e forza, che mancavano a un ragazzino
tutt’ossa e neanche ben allineate, com’ero io. Come già
descritto, il titolare e il suo pargolo erano spesso assenti. In
questi periodi ritornava a galla il mio spirito combattivo e
bellicoso. Trovai avversari meno pericolosi e più piccoli, della mia
precedente guerra. Le mosche sono sfacciate per natura: in certi
giorni caldi battaglioni di esse invadevano il mio territorio, la mia
nazione. Per fortuna ero ben armato e partivano raffiche infuocate
sulle malcapitate. Quasi mai restavano vittime sul campo di
battaglia, ma il nemico se la svignava con la coda tra le gambe e con
la tachicardia aumentata. Le scocciatrici volanti, antipatiche e
volgari, che avevano con alterigia e superbia oltrepassato i sacri
confini, ora scappavano sconfitte. La musica di questo conflitto
arrivava sicuramente alle orecchie della signora sentinella appostata
nell’appartamento di fronte: <<Che bravi questi Redaelli,
senti come lavorano con lena!>> avrà pensato.
I clienti arrivavano con
furgoni e camioncini con la merce grezza e ripartivano con i prodotti
finiti. La ditta Molteni era sprovvista di veicoli a motore, per le
consegne straordinarie veniva rispolverato il mitico triciclo. Questo
mezzo di trasporto arcaico sarebbe sicuramente piaciuto al fenomeno
che si è inventato il termine transizione ecologica. Un telaio
metallico di un metro e mezzo, sul lato corto e due su quello lungo.
Su questo rettangolo erano adagiate lastre di legno come copertura.
Nella parte posteriore, una bicicletta era collegata, per mezzo di
una catena e di vari tubi con due ruote laterali, al pannello.
Davanti al pilota una barra orizzontale fungeva da manubrio ed era
fissata al telaio sottostante, tramite due tronconi laterali. Piccolo
particolare: il prodigioso macchinario di locomozione era del tutto
sprovvisto di freni. Per rallentare o fermarsi, bisognava far forza
sui pedali in modo contrario al ciclo continuo che questi avevano.
Ancora oggi mi chiedo quale cervello ottuso aveva dato il permesso di
circolare ad un mostro simile! Un pomeriggio il proprietario del
trabiccolo, dopo essere tornato più allegro del solito dal suo giro
delle bettole, mi chiamò e senza esame di teoria e di pratica, venni
promosso a pieni voti dandomi la patente. Mi disse che dovevamo
portare un carico di sedie ad un mobilificio lì vicino. Io avrei
guidato e lui mi avrebbe accompagnato. Impilammo i preziosi troni uno
sopra l’altro: una ventina di sedie imbottite, vestite e ricamate
in oro. Legammo il tutto con una solida cinghia e partimmo. A fatico
arrivavo dalla sella ai pedali, con le punte dei piedi spingevo
leggermente su di essi. Il noto bevitore, su una lugubre “due
ruote” nera, era attaccato alla parte esterna del timone. Io
discreto corridore di pianura e ottimo scalatore, agonista da sempre
cominciai ad aumentare l’andatura. La sfortuna mise su quella
strada un sasso di discrete dimensioni. Il colpo subito da una gomma
riportò, come le onde di un terremoto, le vibrazioni a estendersi su
tutto il resto del mezzo. La mia presa cedette, eravamo in balia
degli eventi. Il signor triciclo, il suo prezioso carico, Pepin ed io
finimmo in un fossetto e dopo il salto della quaglia ci ritrovammo a
respirare il buon odore dell’erba. Vidi una sagoma venirmi
incontro sorridendo. Mi chiese se mi ero fatto male e se stavo bene,
dunque quel vecchio aveva un cuore. La nostalgia per quei fatti mi
assale, era il tempo dove si passava velocemente dal gioco al lavoro
e le due cose si prendevano per mano e camminavano assieme.