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Dove nasce la speranza legata alla memoria

27 gennaio: celebrazione della Giornata della Memoria in coincidenza con la liberazione del lager di Auschwitz Birkenau, dove furono uccisi oltre un milione di deportati.
La prima condizione della speranza è che non si perda la memoria delle cose passate.
Memoria non vuol dire un semplice ricordo, non vuol dire spostare indietro le lancette dell'orologio. Memoria vuol dire aver presenti gli eventi passati e interrogarli di nuovo per scoprire i significati che essi hanno in serbo per noi.
La memoria però deve prendere una posizione, non può essere neutrale, deve essere una memoria che aiuta a cambiare.
La memoria non si può perdere, anzi bisogna fare un buon uso della memoria storica come insegnamento per il presente, oltre che come omaggio alle vittime di questa barbarie dell’uomo.

La perdita della memoria molto facilmente si traduce in una perdita della speranza.
Se invece ci ricordiamo le miserie da cui siamo usciti, le idee e le risorse che sono state messe in campo per risorgere, il fatto che se questo è avvenuto può sempre accadere di nuovo, tutto questo ci aiuta ad avere dei riferimenti ai quali afferrarci per non sprofondare in un quotidiano privo di senso.

C'è una ammonizione preziosa che Dietrich Bonhoeffer fece uscire dal carcere di Tegel nel pieno della persecuzione nazista. La sua sollecitazione partiva dalla considerazione di come anche le parole più alte si fossero logorate e sfiorite ed indicò il modo in cui esse potevano ritrovare verità e vigore, così scrisse : “D'ora in poi direte solo ciò di cui risponderete agendo”.

Alla memoria di tutte le persone che sono morte, di quelle che hanno sofferto e sono state violate, di quelle che hanno pagato perché di una certe origine o scelta sessuale, perché la pensavano in modo differente o erano disabili, perché erano considerati di razze diverse, perché non erano utili. Alla memoria dell’uomo e della sua umanità che per questi fatti e per tanti altri ha perso la sua dignità.

In Israele nel Museo che ricorda l’Olocausto c’è un carro ferroviario, usato per il trasporto delle persone nei Campi di concentramento, sospeso nel vuoto che all’interno riporta una scritta: “Sono Eva e sono qui con mio figlio Abele, se incontrate l’altro mio figlio Caino ditegli…”

Milano, 27 gennaio 2014
Auser Lombardia



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