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ELENA PABA (GIORNALE RADIO RAI): "GIORNALISTI E VOLONTARI HANNO IN COMUNE L’ATTEGGIAMENTO DELL’ACCOGLIENZA"

Elena Paba è una giornalista romana che ha deciso di vivere intensamente la professione che ha scelto, stando sempre a contatto con le persone e macinando migliaia di chilometri all’anno per restituire al pubblico realtà viste con i propri occhi e storie ascoltate con le proprie orecchie: competenza, tenacia e sensibilità l’hanno portata a diventare un’inviata della RAI. Recentemente Elena ha chiesto ad Auser Lombardia di aiutarla a organizzare un reportage, andato in onda su Rai Radio1, sulla condizione degli anziani nelle RSA tra Milano e Varese (ASCOLTA DAL MINUTO 23'40''), e così abbiamo conosciuto una persona semplice e straordinaria al tempo stesso. 
La presentiamo anche a voi attraverso questa intervista.
Elena, una cronista esperta come te come vede la realtà ai tempi del Covid-19?
“C’è sicuramente più attenzione nel muoversi, le persone sono molto più distanti tra loro ma la voglia di comunicare è sempre quella: non ho notato grandi difficoltà rispetto a prima. Certo, se vai a toccare alcuni ambiti, come quello delle RSA, si apre uno squarcio incredibile che purtroppo non sempre viene fatto conoscere, nonostante abbia lasciato una ferita che rimarrà aperta. Quando perdi una persona cara senza poterle tenere la mano, senza poterla salutare, quella ferita di sicuro non si rimargina. Tutte le situazioni di marginalità e sofferenza sono acuite e contemporaneamente vedo tanta voglia di ripartire. Sto realizzando molti servizi nell’ambito scolastico e ho notato una voglia incredibile di continuare a lavorare con i ragazzi in presenza: ho l’immagine di dirigenti che si fanno in quattro per permettere a tutti di seguire le lezioni, pur con grande sforzo e ricordandoci che hanno anche responsabilità penali. Eppure sono battaglieri, anche tutto il personale ATA (amministrativo, tecnico e ausiliario, ndr) lo è. Le bidelle, come le chiamavamo noi da bambini, hanno la luce degli occhi perché sentono di nuovo il rumore dei ragazzi… in effetti, a pensarci, la cosa più triste del mondo è la scuola vuota. I ragazzi sono il futuro, sono anche un simbolo. Le RSA, invece, sono quasi ovunque un grande contenitore di dolore”.
In base a ciò che hai visto, cosa faresti se fossi tu una dirigente di RSA?
“Farei di tutto per far incontrare i nonni con i parenti, sempre in maniera protetta e magari facendo dei giochi insieme perché alcuni malati di Alzheimer non hanno neanche la percezione di ciò che accade. Rischi di far morire il vecchietto, se chiudi tutto completamente. Quando sono stata alla Pelucca di Sesto San Giovanni e c’era la signora in visita che aveva la mamma dall’altra parte del vetro, vedevi una tenerezza negli occhi di quella mamma... Sono stata in una RSA ad Ischia e lì da marzo non hanno più visto i genitori ricoverati, difficilissimo ottenere anche una videochiamata. Ci sono anche le RSA che funzionano male! Mica sempre trovi persone gentili, disponibili e preparate come il dott. Franco Porzio, responsabile sanitario del Villaggio del Fanciullo a Vergiate, dove hanno aperto alle visite all’aperto e in totale sicurezza, si può telefonare nell’arco di tutto il giorno e dove durante il lockdown due o tre volte a settimana i nonni potevano parlare con i parenti in videochiamata”.
A Castelfranco Veneto hanno realizzato la stanza degli abbracci, col telo di plastica morbida a preservare la salute degli ospiti. 
“Molto carina questa cosa. È l’uovo di Colombo”. 
Ti sei definita un cuore che cammina: cosa porti con te dopo l’esperienza in Lombardia vissuta con Auser?
“Questo lavoro, se hai un po’ di sensibilità, ti riempie di dolore. Condivido un pezzetto di quel dolore così profondo e mi viene anche da piangere quando ripenso a certe storie. Non riesco a farmelo scivolare. Quando senti che si spezza la voce e la persona intervistata non riesce a deglutire perché ha le lacrime, quell’emozione te la porti dentro. Gli occhi che si fanno lucidi non te li dimentichi. Erano da abbracciare proprio, tempo fa potevo farlo e tante volte ho abbracciato chi si commuoveva mentre lo intervistavo. Io penso che questa sensibilità sia un dono, l’ho sempre avuto e nella vita ti rende più dolce e ti permette di capire meglio anche gli altri. Il problema dei giornalisti è che ogni tanto perdono il contatto con la realtà, non puoi fare il giornalista chiuso in una stanza”. 
Hai mai fatto volontariato? Volontari e giornalisti hanno in comune lo sguardo: vedono situazioni che la maggior parte delle persone ignora o rifiuta…
“Non ho mai fatto volontariato perché le mie giornate sono molto piene, a volte faccio due o tre turni e quando stacco devo staccare sul serio, voglio vedere mia madre e i miei amici. Sì, certo, un giornalista e un volontario hanno in comune l’atteggiamento, che è quello dell’accoglienza. È un fatto di attitudine. La differenza è che una giornalista Rai è remunerata, trattata bene ovunque e tutelata, i volontari spesso non hanno alcun tipo di riconoscimento. Mi sento privilegiata e fortunata. Capiamoci, nessuno mi ha regalato niente ma sono fortunata e ho una passione talmente forte che mi spinge! Essere giornalista permette di vedere e far vedere ciò che tantissimi altri non vedono. So benissimo cosa faccio e dico che quello che fanno i volontari è molto di più. Grazie ai volontari che ho conosciuto nei servizi mi sono avvicinata molto al mondo dei senzatetto e, dico una cosa forte, mi sento uguale a loro. Siamo tutti potenziali “barboni”, ancora adesso la gente li chiama così: c’era un signore che ascoltava tutti i programmi della radio e conosceva anche i nomi di tutti i miei colleghi, un uomo che leggeva tantissimo… Insieme ai volontari sono andata in giro la notte di Natale o quella del 31 dicembre. A Palermo siamo andati in strada, di notte, portando coperte, regalini, cibo… Ecco, ricordo la normalizzazione di chi si trova a vivere in strada. Tante storie delle persone che stanno a dormire per terra iniziano con una situazione di normalità che si sconvolge per una malattia o un problema economico e, da un momento di difficoltà che porta a non avere più una casa si trovano a rimanere per strada un anno dopo l’altro... A volte è solo un fatto di fortuna, di un attimo in cui non hai la forza di riprenderla, la vita”.
Apriamo gli occhi e avviciniamoci umanamente, ecco il messaggio di Elena. 


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